Chi è Jago?

"Jago è l’invidia.

Jago è uno scellerato.

Jago è un critico.

Jago sulla piazza di Cipro si definisce così:

I am nothing if not critical.

Fa il male per il male.
Ogni parola di Jago è da uomo, da uomo scellerato, ma da uomo.
Cinzio Giraldi, l’autore della novella da dove Shakespeare trasse il suo capolavoro, dice di Jago: un alfiero di bellissima presenza, ma della più scellerata natura che mai fosse uomo del mondo.
Spigliato e gioviale con Cassio; con Roderigo, ironico; con Otello apparisce bonario, riguardoso, devotamente sommesso; con Emilia (la moglie, specifica Amfortas) brutale e minaccioso; ossequioso con Desdemona e con Lodovico.

Ecco che ne pensava Verdi, nel suo Otello:
"Ma se io fossi attore ed avessi a rappresentare Jago, io vorrei avere una figura piuttosto magra e lunga, labbra sottili occhi piccoli vicino al naso come le scimmie, la fronte alta che scappa indietro, e la testa sviluppata di dietro; il fare distratto, nonchalant, indifferente a tutto, incredulo, frizzante il bene e il male con leggerezza come avendo l’aria di pensare a tutt’altro di quel che dice"
Un contributo decisivo lo diede anche un pittore, Domenico Morelli che disse a Verdi d’aver trovato "un prete che pare proprio lui".
Verdi, che non vedeva precisamente con favore i preti, rispose: "Bene, benone, benissimo, benissimissimo! Jago con la faccia da galantuomo!

Hai colpito! Oh lo sapevo bene, ne era sicuro. Mi par di vederlo questo prete, cioè questo Jago con la faccia da uomo giusto!
Questo Jago è Shakespeare, è l’umanità, cioè una parte dell’umanità:

il brutto."
Peraltro, questo personaggio canta una delle pagine più terribili della lirica tout court, qui sotto il testo, così potete farvene un’idea più precisa.
Credo in un Dio crudel che m’ha creato
simile a sè e che nell’ira io nomo.
Dalla viltà d’un germe o d’un atòmo
vile son nato.
Son scellerato
perchè son uomo;
e sento il fango originario in me.
Si! questa è la mia fè!
Credo con fermo cuor, siccome crede
la vedovella al tempio,
che il mal ch’io penso e che da me procede,
per il mio destino adempio.
Credo che il guisto è un istrion beffardo,
e nel viso e nel cuor,
che tutto è in lui bugiardo:
lagrima, bacio, sguardo,
sacrificio ed onor.
E credo l’uom gioco d’iniqua sorte
dal germe della culla
al verme dell’avel.
Vien dopo tanta irrision la Morte.
E poi? E poi? La Morte è’ il Nulla.
È vecchia fola il Ciel.

 

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