Quando Nabucco mi evito’ la galera (1)

Voglio condividere con i miei lettori di Musicamore, una serie di racconti di vita teatrale vissuti dal collega tenore Giampaolo Piga. Molti di questi ricordi appartengono anche a me in quanto per qualche decennio abbiamo condiviso sia gli studi al Conservatorio di musica che la professione di artisti del coro al Teatro Lirico di Cagliari ,lavorando a  stretto contatto con i più grandi nomi della lirica , del teatro e della danza
<Lei non è degno di essere servito dalla Patria ed è un cittadino che non merita nulla se non di finire in galera>, cosi’ mi apostrofo’ il colonnello dell’esercito ancor prima che entrassi nel suo ufficio alla caserma Monfenera.
Ero sempre il primo ad arrivare per le prove e l’Anfiteatro romano mi sembrava il posto piu’ adatto per meditare sul nostro passato e sull’imminente presente dello spettacolo. Oggi di quel meraviglioso angolo della citta’ non è rimasto che il ricordo di tante serate in cui il pubblico ha potuto godere assiepata sugli spalti di legno fatto apposta per accoglierlo. Serate indimenticabili sia di musica lirica che di operetta e rock.
Il palcoscenico interminabile era il luogo affascinante dove nelle passate stagioni artisti come Filippeschi, del Monaco, Carreras facevano man bassa di applausi e consensi ed io ora solitario lo calcavo immaginando cosa quei grandi personaggi provassero a stare di fronte ad una platea gremita, tutta attenta e pronta ad applaudire o a fischiare. Si, anche a fischiare e oltre i fischi non sono mancate le sarcastiche e cattivissime battute come quella volta che al tenore di Andrea Chenier , dopo l’aria, urlarono:< condoglianze! >
.Ma il pubblico si sa, non sempre riesce a perdonare le pecche e le défaillance dei cantanti, tanto che quello di Cagliari si considera piu’ severo e spietato di quello di Parma. Ne avevano una paura indicibile il cagliaritano Piero Schiavazzi e il tempiese Demuro che non ci cantavano mai volentieri e uno stuolo di altri cantanti che sapevano quale banco di prova fosse cantare in questa citta’. Anche io, pesce piccolo piccolo, al pensiero di esibirmi in citta’, qualche notte insonne l’ho passata e attimi prima di entrare in scena era piu’ la voglia di scappare che di affrontare il severo pubblico.
I fischi e i malumori pero’ non sono una peculiarita’ solo del pubblico cagliaritano e diciamo che anche al Teatro alla Scala ce la mettono tutta per rovinare l’umore dei cantanti che a volte ringraziano con un sommesso ” Dio vi maledica”, come è capitato a Katia Ricciarelli.  Oppure con una uscita di scena senza farne ritorno di un Radames permaloso. Permalosita’ a parte vorrei far provare ai demolitori urlanti a stare in scena davanti a chi scambia i cantanti per un tiro a segno.
E’ all’indomani di una magica serata all’anfiteatro che mi trovai nell’ufficio del severo e arrabbiato colonnello nel cui tavolo faceva capolino un fascicolo con una intestazione inequivocabile: “per i carabinieri” e in cima ad esso il mio nome.
L’accusa era davvero grossa e se non fosse per Giuseppe Verdi sarei finito dritto dal giudice del tribunale militare.
Feci la visita militare a Siena ed essendo stato fatto rivedibile aspettavo per l’anno seguente la nuova chiamata ma, rientrato in Sardegna pensai si fossero dimenticati di me e ritenevo che la cosa fosse passata in cavalleria.
< Guardi colonnello che io non ero mica in vacanza, canto in teatro e in questi giorni sono impegnato con le recite del Nabucco.> In quel preciso istante mi sembro’ come se avessi pronunciato una parola magica perche’ “Nabucco” raddolci’ l’incazzato servitore della Patria che mi fece accomodare come un vecchio amico. Era stato la sera precedente in anfiteatro a vedere proprio quell’opera rimanendo incantato da tanta bellezza:< senta maestro,le chiedo la cortesia di darmi un parere sulla mia voce> e senza esitare, tutto impettito, si mise ad urlare < trallerallera trallerallaaa> dal Barbiere di Siviglia.
Sono noto nel mio ambiente per come riesco ad evitare le critiche negative scegliendo e privilegiando solo quelle gentili e benevole ma quella volta intuii che solo una bugia mi avrebbe potuto salvare:< colonnello ma lei con una simile voce cosa ci sta a fare in caserma?>. Senza nemmeno proferire parola prese il dossier col mio nome e lo infilo’ nel cassetto. Ero salvo!

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