L’articolo che pubblico di seguito è la risposta che la prof. d’orchestra Ilaria Lanzoni invia ad Enrico Stichelli, riguardo questo articolo”Quanti privilegi per gli orchestrali ” ,pubblicato su LIBERO Quotidiano
Egregio Sig. Enrico Stinchelli,
Non posso che darle ragione, noi musicisti siamo dei privilegiati, ma non esattamente per le ragioni da Lei elencate.
Siamo dei privilegiati perché abbiamo potuto fare della nostra passione un mestiere.
Siamo dei privilegiati perché ogni giorno, dopo aver timbrato il cartellino, ci sediamo davanti a Mozart, a Schubert, a Brahms, a Verdi, anziché davanti ad uno schermo.
Siamo dei privilegiati perché per tutta la vita cerchiamo ogni giorno di trarre il meglio dal nostro strumento, il che significa un lavoro interiore ed esteriore costante, un mettersi in discussione continuo, un desiderio di perenne evoluzione.
Siamo privilegiati perché ci è stato concesso di inseguire un sogno, facendo dell’arte una carriera e un lavoro a tempo pieno anziché un hobby da coltivare nel weekend.
Dietro tutti questi privilegi, ci sono un’infanzia e un’adolescenza fatte di disciplina, di scelte consapevoli, di meno leggerezza e più responsabilità, di ore di sonno in meno; ci sono anni di studio in Italia o all’estero che hanno comportato esami di ammissione, borse di studio, lingue straniere apprese da zero, settimane da dieci ore al giorno di studio per poi andare a lezione ed essere smontati senza mezzi termini e doversi rimontare da capo tecnicamente e psicologicamente, esami pratici e teorici, diplomi, lauree, master, corsi di perfezionamento…e poi ci sono loro: audizioni e concorsi.
E qui mi dispiace Sig. Stinchelli gentilissimo, ma solo chi fa questo mestiere può sapere cosa sono le nostre audizioni e i nostri concorsi. Siamo chiamati ad essere atleti nel corpo, campioni di scacchi nella mente, poeti nel cuore e monaci tibetani nello spirito e per la maggior parte di noi arrivare a vincere il concorso della vita (il “tempo indeterminato” a cui lei fa cenno come se ad un certo punto ce l’avesse fatto trovare Babbo Natale sotto l’albero) significa essere passati dietro decine di tende, essere tornati a casa svariate volte in lacrime perché, per la troppa emozione, mesi di preparazione e di studio si erano consumanti in 3 minuti di esecuzione e un NO sugli appunti della commissione, significa non essersi sentiti abbastanza, aver desiderato di smettere, cambiare vita e fare il postino, il parrucchiere, il pescatore, aprire un chiringuito ai Caraibi, tutto ma mai più un concorso, toccare il fondo e poi: rialzarsi, riaprire la custodia, farsi un bagno di umiltà ripulendo ogni singola nota della prima pagina di di Don Juan, respirare, meditare, magari anche andare dallo psicoterapeuta o buttarsi sui libri di crescita personale e studiare ancora e ancora di più, per poter fare meglio e ancora meglio dietro la tenda successiva.
Ecco i nostri sacrifici, che non sono, come hanno dato ad intendere tanti “Signori chiunque” che sono intervenuti nelle ultime settimane, tristi rinunce, bensì, come suggerisce l’etimologia della parola (“sacrum facere”), ciò che ha reso sacro il nostro mestiere. Sì, perché i nostri privilegi sono sacralmente sigillati da tutto questo e da un’altrettanta sacra responsabilità: quella di perseguire i tre valori sulla quale tutta l’arte si fonda e sui quali idealmente dovrebbe fondarsi tutto il fare umano: il BELLO, il VERO, il BUONO.
Ed è solo ed unicamente in nome di questi tre valori che si stanno battendo i colleghi del Teatro La Fenicedi Venezia, e chiunque, come Lei, visto che lo scrive, voglia tornare a udire il “suono limpido del merito”, non può che incoraggiarli e sostenerli.
Non entro nel merito delle incomprensibili inesattezze salariali che il suo scritto contiene, perché sono quisquilie che alla luce di tutto ciò lasciano il tempo che trovano. Nel caso però che questo suo articolo le abbia fruttato molto e volesse compensare Lei il mio stipendio di quel bel po’ che manca per arrivare alle generose cifre mensili da Lei citate, mi scriva volentieri in privato e Le faccio avere il mio Iban. Anche se, sinceramente, continuo volentieri a guadagnare meno, se significa non dover render conto a nessuno nel dire la verità.
Del resto Mastercard ci mette in guardia da sempre: ci sono cose che non si possono comprare.
I miei più cordiali saluti,
Ilaria Lanzoni “privilegiata” dell’Orchestra del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino






