Spesso mi sono chiesto, in differenti momenti di sconforto e per le più diverse ragioni, dove fossero andati a finire gli italici ingegni che hanno illuminato il mondo nelle passate epoche.
Possibile che siano andati tutti completamente dispersi?
Ebbene, guardando il docu-film che Giuseppe Tornatore ha dedicato a Brunello Cucinelli, ho capito che niente, o quasi niente è andato perduto.
Infatti è come se nella personalità di questo visionario imprenditore umbro, siano confluiti i geni e i canoni di bellezza e insieme di mitezza , altruismo e umiltà, che poi costituiscono grandezza, di San Francesco e San Benedetto, del Pinturicchio, del Perugino e di Mastro Giorgio, di Pompili, Scarpellini, Alessi e altri ingegni del passato.
Un film documentario bello e godibile che è anche un affresco della parabola economica e sociale attraversata dal secondo dopoguerra ai giorni nostri, quando l’Italia si è trasformata da un paese a forte vocazione agricola, a potenza industriale i cui pilastri, oggi lo tocchiamo con mano, sono costituiti dagli stilisti e dai brand internazionali della moda, così come ieri erano incarnati dall’industria metalmeccanica, trasmigrata, tramontata o in perenne crisi, a parte qualche lodevole eccezione.
Anche se in entrambi i casi, è bene ricordarlo, hanno visto degli abili artigiani trasformarsi in giganti industriali (valgano gli esempi di Enzo Ferrari e Giorgio Armani per tutti).
Nel caso di Brunello Cuccinelli si parte, nella narrazione cinematografica di Tornatore, da una famiglia contadina che, ancora legata al giogo arcaico della mezzadria, nei primi anni sessanta viene inurbata alla ricerca di un salario fisso è sicuro nella nascente industria post bellica, come milioni di altre famiglie, per le quali il viaggio di inurbamento sarà perfino più lungo.
Ed è lì, in questa rinnovata realtà sociale, dove il relativo benessere economico e la liberazione dalla semi schiavitù della terra (l’istituto giuridico della mezzadria verrà abolito soltanto nel 1982) , sembrano costituire un miglioramento nello svolgimento esistenziale, che il giovane Brunello scopre il lato atroce del capitalismo industriale italiano. La nuova realtà occupazionale si dimostra più feroce e umiliante della precedente, quell’asservimento alla terra, che altro non era che un perpetuarsi, in forma edulcorata, della servitù della gleba.
Così Brunello comincia a pensare e ad elaborare la sua teoria della dignità e della primazia dell’uomo, del lavoratore, sul profitto. Quasi una pagina rinnovata della dottrina sociale cattolica introdotta con la Rerum Novarum, visto che il soglio papale vive un’altra stagione leonina.
La scintilla della vocazione del capitalismo della dignità e della solidarietà tra imprenditore e lavoratore, nasce in Brunello dalle lacrime che vede versare dal suo papà, umiliato da caporali feroci alla catena di montaggio.
Quella sofferenza fa nascere in Brunello l’esigenza di creare un ambiente lavorativo a dimensione umana. Il resto lo fanno certamente il suo ingegno e la sua fortuna, che vanno a braccetto con il coraggio e la sfida, con la voglia di vincere, come nel gioco delle carte, in cui Brunello eccelle sin da bambino, come la storia narrata da Tornatore mette ben in evidenza.
C’è un altro aspetto del film che non va trascurato. Qui, nella vicenda imprenditoriale di Cuccinelli, il salto quasi inevitabile che ogni gruppo industriale a dimensione internazionale e’ portato istintivamente a fare, non è finalizzato alla ricchezza personale, ma piuttosto a compartire la nuova ricchezza finanziaria con le maestranze, rispettate al punto che il gruppo Cuccinelli gli garantisce il salario anche in piena stagione Covid, quando tutti i settori economici conoscono una crisi veramente terribile.
Una vera rivoluzione economica. Per questo ci siamo permessi di scomodare Francesco, Buonaventura e Benedetto… Continua a leggere qui
P.S. Il film non ha alcuna pubblicità nè all’inizio e nè a metà proiezione




