Otello: recensione di uno storico e melomane abbonato del Lirico di Cagliari

Roberta Mantegna soprano Desdemona –                                                                          Foto del Teatro Lirico di Cagliari

di Giorgio Pitzalis

Ieri sera ho assistito all’ultima recita di Otello che prevedeva il primo cast : Fabio Sartori come personaggio che da il nome all’Opera, Franco Vassallo è Jago e Roberta Mantegna Desdemona.

Come si usa oggi, prima di tutto, alcune mie impressioni sullo spettacolo : scene e costumi minimali ma tutto sommato piacevoli anche se, forse, manchevoli dello sfarzo spesso associato alla scena degli ambasciatori; sulla regia ho qualche perplessità : nella mia limitatezza ho pensato che il tema fosse quello dell’incomunicabilità uomo-donna. Come spiegare altrimenti una scena d’amore quasi interamente svolta con i due personaggi (che ricordiamo sono alla prima notte di nozze) a 20 metri di distanza? E con Otello che alle prime frasi di Desdemona sta seduto in fondo alla scena, spalle al pubblico, come per ignorarla?

E infine, le battute finali con il femminicida pentito che si allontana dalla sua vittima invece di ricongiungersi.

Ripeto, forse non apprezzo pienamente, nella mia inadeguatezza intellettuale, alcuni spunti registici, ma non ho capito per esempio perché, all’entrata della sfortunata protagonista, Lei e un bel giovane figurante si scambiano un lungo (e voluttuoso?) sguardo che ho inteso come se Desdemona proprio innocente, in fondo, non fosse; oppure la ferita da taglio dell’uomo violento sulla povera donna indifesa (si, lo so, è molto d’attualità ma mi chiedo se Verdi e soprattutto Shakespeare avrebbero avallato) o, infine, le decine di fazzoletti esibiti dal coro, a un Otello che penso ne fosse già sufficientemente ossessionato, nel finale terzo.

Non voglio sembrare del tutto negativo perché ho anche apprezzato, per esempio, la capacità, non facile, di gestire l’ampio spazio semi-vuoto del palco, la scena del brindisi (semplice ma efficace), i veli che cadono nei momenti clou e tante altre cose.

Arrivo adesso alla parte musicale che, per un melomane come me, rappresenta sempre il motivo principale per cui assisto ad uno spettacolo operistico.

Innanzitutto mi compiaccio che, per un Teatro Lirico importante come il nostro ma non di primissimo piano in ambito nazionale e non, tutte le voci fossero, chi più chi meno, ampiamente in possesso di tutti i requisiti richiesti dall’autore.

Un Otello con tutte le, non facili, note al suo arco non si trova sempre e Sartori quelle furiose e d’impeto le possiede; tenta anche alcune mezzevoci (forse non pienamente riuscita, almeno ieri sera, quella di “Venere splende”) e nel “Dio mi potevi scagliar” sarebbe anche toccante se fosse meglio supportato (ma di questo dirò in seguito).

La Desdemona della Mantegna è nella scia del più tradizionale (e fulgido in molti casi) esempio di soprano lirico italiano : innocente, pura, ingenua forse, ma sempre vocalmente angelica e quindi da il meglio di sé nell’ultimo atto dove, al termine dell’Ave Maria, strappa al pubblico (in verità un pochino freddo al primo intervallo) l’unico applauso a scena aperta della serata. Certo a me, personalmente mancherebbero alcune sfumature che, nel III° atto, dovrebbero far passare la povera sventurata dal mondo incantato (“Splende il cielo, danza l’aura, olezza il fiore”) alla dura realtà del “livido fango” ma chi ci riesce?

La Scotto e talvolta la Freni (e pochissime altre) e con questi nomi di raffronto penso di avere sufficientemente elogiato il soprano.

Ultimo dei protagonisti lo Jago di Franco Vassallo che devo dire avermi sorpreso piacevolmente. Vocalmente abbastanza in regola con la parte e in possesso di un timbro tendenzialmente chiaro ma anche, alla bisogna, pieno e autorevole (e se evitasse, a mio parere, alcune volgari note di petto alla tardo-Gobbi ne gioverebbe), ci ha offerto non solo nell’abito indossato ma nei colori, inflessioni e gesti quella immagine di “falso prete” tanto cara a Verdi e a tutti noi. Un ottimo Jago a mio parere che in quel “Cassio” sussurrato (e non ostentato come spesso accade) prima dell’esplosione di “Ah! Mille vite gli donasse iddio!” mi ha conquistato.

Interpreti di contorno all’altezza con il Cassio di Davide Tuscano giovanile nell’aspetto e nella voce, l’Emilia della Castellano (vera Donna forte e volitiva nel “Son la tua sposa non la tua schiava”) e in particolare un Araldo di voce piena e sonora.

Il coro mi sembra in piena ripresa (come testimonia la scena degli ambasciatori) anche se alcuni slittamenti di ritmo nel primo atto li ho avvertiti; poi forse avrei gradito una prima parte del coro “delle donne, marinai e fanciulli” piano (del resto sono voci lontane recita il libretto) perché sovrastavano il “vigilate” di Jago ma questa forse è una pecca registica e non del coro. Invece non ho capito perché non abbiano voluto ricevere quello che sarebbe stato il giusto compenso, in applausi da parte del pubblico, alla ribalta finale dove anche i fanciulli erano presenti. Infine non mi sento di dire “Last but not Least” per la direzione dell’orchestra (a sua volta buona ma non come potrebbe e saprebbe essere in specie nei molti momenti strumentali solistici della partitura).

Ammetto di essere in una certa misura deluso, rispetto all’aspettativa, dal Maestro Lanzillotta che mi è sembrato spesso preoccupato della sincronia buca/palco, con una tempesta più fragorosa che veramente elettrica, un “Credo” in cui l’orchestra non suggeriva, dialogava, creava quel caleidoscopio di sensazioni con cui dovrebbe supportare Jago e un accompagnamento del “Dio mi potevi scagliar” francamente piatto.

In compenso mi è piaciuto nel IV° Atto e in special modo nelle due arie di Desdemona (maggiore sintonia con il personaggio?) che quindi fanno intravedere le indubbie qualità, forse non ancora pienamente mature, per quella che, prima fra tutte quelle di Verdi, è una vera e propria Opera da Direttore d’Orchestra (e la lunga pletora di grandissimi Nomi nella discografia lo testimonia).

Giorgio Pitzalis

 

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