Per la Stagione d’opera 2025-2026 del teatro Lirico di Cagliari, andrà in scena la Lucrezia Borgia, Mercoledì 28 gennaio alle 20, melodramma in un prologo e due atti su libretto Felice Romani e la musica Gaetano Donizetti.
Il regista dell’opera è Andrea Bernard, di seguito le sue note di regia
Lucrezia Borgia, il destino di una maternità negata
In Lucrezia Borgia il cuore pulsante della tragedia non è la vendetta, ma la maternità. Una maternità negata, perduta, continuamente inseguita da una donna che il potere ha costretto a indossare una maschera, trasformandola agli occhi del mondo in ciò che non è.
Dietro la fama sinistra della “Borgia”, simbolo d’intrighi e corruzione, si nasconde una creatura fragile, dilaniata tra l’amore e la colpa, tra il dovere del potere e il desiderio di tenerezza. La sua vera tragedia non è l’essere carnefice, ma l’essere madre in un mondo che non le concede di esserlo. Il suo nome, più di qualsiasi peccato, pesa come una condanna. Ma Lucrezia, instancabile, lo porta come un’armatura e come una ferita: usa il potere che la circonda per proteggere, per sopravvivere, per lottare in nome del figlio che non può abbracciare. Il vero motore del suo agire non è la sete di dominio, ma un amore assoluto: quello per il figlio perduto. È un sentimento che supera ogni altra passione – politica, carnale, persino spirituale – e che diventa la sua unica ragione di vita. Ma come ogni amore che sfida le leggi del mondo, anche questo si fa rovina. L’amore materno di Lucrezia è ostinato, sensuale, disperato. In esso convivono eros e pietà, bellezza e ossessione, salvezza e condanna. È un amore che cerca di redimere, ma finisce per distruggere: Lucrezia finisce vittima della propria stessa vendetta, trafitta dal destino e dall’impossibilità di amare senza ferire.
La nostra messa in scena si concentra su questo nucleo intimo e universale: il conflitto tra il potere e la maternità, tra il dovere imposto e il desiderio di cura. Attorno a lei si muove un mondo che la giudica, la manipola, la teme. Alfonso, uomo di potere legittimato dal Papa, ne rappresenta il contraltare: il dominio maschile che usa la fede e la politica per controllare, reprimere, possedere.
Ho scelto di raccontare Lucrezia Borgia collocandola in un periodo che ha profondamente segnato la nostra generazione e che, sul piano politico e morale, ha gettato le basi dell’Italia in cui viviamo oggi: il dopoguerra, tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio dei Cinquanta.
Un tempo sospeso tra la voglia di rinascere e la paura di cambiare, in cui la fede s’intreccia alla politica e il potere si traveste da morale. È l’epoca dell’accentramento del potere di Pio XII e della nascita della Democrazia Cristiana, un tempo in cui la Chiesa pone l’umanità di fronte a un bivio morale – “o con Dio, o contro Dio” – mentre una nuova intellettualità, disillusa dalle ferite della guerra, cerca un linguaggio capace d’interpretare il futuro.
In una Roma ambigua, intrisa di penitenza, corruzione e fervore politico, si muovono prelati, aristocratici e giovani idealisti che anticipano la società della Dolce Vita. Sono gli anni in cui il pensiero si riaccende tra le pieghe di una Roma inquieta e febbrile: scrittori, artisti, registi e filosofi si ritrovano nei caffè del centro – dal Caffè Greco di via Condotti ai tavolini di via Veneto – per discutere, dubitare, reinventare la realtà. I riferimenti cinematografici – da “C’eravamo tanto amati” di Scola a “Todo modo” di Petri – diventano coordinate estetiche per un racconto in cui la storia personale di Lucrezia s’intreccia con quella collettiva di un paese in cerca d’identità. Il primo film richiama il periodo storico e il clima umano del dopoguerra, con i suoi ideali, le sue contraddizioni e i rapporti di amicizia che s’intrecciano alla ricostruzione di un’identità collettiva; il secondo, invece, evoca l’ambiente oscuro e claustrofobico del potere, la dimensione corrotta e quasi metafisica di un mondo dominato dal controllo e dalla paura.
Lo spazio scenico è concepito come un labirinto mentale, oscuro, soffocante, dove la mente di Lucrezia si smarrisce tra potere e desiderio, colpa e amore. Si utilizza il palco girevole, elemento che permette di restituire la velocità dell’opera di Donizetti, la fluidità dei pensieri, il continuo scivolare da una scena all’altra senza soluzione di continuità.
Dentro questo vortice visivo e psicologico emerge un unico spazio di luce: una stanza bianca, rifugio e ferita, dove il tempo sembra sospeso. Al suo centro, una culla – simbolo della maternità negata, del legame spezzato, ma anche dell’amore che resiste oltre la morte. È il luogo in cui Lucrezia ritrova sé stessa, dove la donna sopravvive alla Duchessa, dove l’essere madre diventa, per un istante, la sua unica forma possibile di libertà.
In questo contrasto tra oscurità e luce, potere e tenerezza, colpa e redenzione, si compie il destino di Lucrezia Borgia: una donna che ha amato troppo, in un mondo che non le ha mai concesso di amare davvero.
(dal programma di sala Lucrezia Borgia, Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, Stagione 2025. Per gentile concessione) Foto di testa Lucrezia Borgia (foto Michele Monasta
Lucrezia Borgia: date delle recite e cast
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