di Giorgio Pitzalis
Forse basterebbe solo il suo nome per descrivere il concerto di ieri sera, al Teatro Lirico di Cagliari, del famoso violinista russo Maxim Vengerov.
Il programma non era basato sulle sue indubbie qualità virtuosistiche ma ci ha dato uno spaccato delle molteplici possibilità di un violino posto nelle sue mani. È iniziato, infatti, con la splendidamente semplice Sonata n° 3 del giovane Schubert e qui Vengerov, ottimamente coadiuvato dall’affascinante pianista Polina Osetinskaya, ne ha offerto una dolce visione classica in cui la proverbiale perfetta intonazione ed articolazione (come si muove sinuosamente l’archetto!) trova il punto culminante, con un moderato vibrato, nel purissimo cantabile dell’Andante. Siamo in un aristocratico salotto del primo Ottocento? No, perché Maxim ci trasporta bruscamente nel clima gelido delle natia Siberia con la tarda Sonata di Shostakovich in cui l’autore probabilmente ripercorre, come in un testamento, le tragiche vicende della vita. È lo stesso dolce strumento schubertiano questo cupo, ferrigno suono che Vengerov ci offre nello spoglio Andante iniziale in cui i “pianissimo” ci arrivano come sottili lastre di ghiaccio?
Ovviamente si, così come si trasforma in fuoco tagliente nello scherzo dell’Allegretto, vero punto centrale della Sonata (e direi del Concerto stesso), in cui violino e pianoforte follemente corrono, si fermano, deformano una forma ironica e martellante nel più puro stile shostakoviano.
E che dire della severa e quasi funerea calma del Largo finale, con i due lunghi monologhi/cadenze dei due strumenti, quasi un addio in un’atmosfera rassegnata e pur anche luminosa e, forse, piena di speranza.
L’intervallo giunge a proposito per permetterci di staccare dai pensieri esistenziali del Genio di San Pietroburgo e, al rientro, i due Artisti ci immergono nella severa, drammatica e direi sinfonica Terza sonata di Brahms.
Qui il violino di Vengerov diventa (finalmente?) corposo, appassionato e lussureggiante nel suo romantico vibrato, sempre perfetto nell’intonazione anche nella furiosa e virtuosistica coda del Presto Agitato finale.
Applausi ed acclamazioni, ma non è finita perché la “macchina del tempo” del grande Siberiano ci diletta prima con una Danza Ungherese brahmsiana (la n° 7 arrangiata da Joachim?) e poi trasporta nella Alt-Wien a cavallo dei due secoli passati con i deliziosi “bonbons” di Fritz Kreisler e nella Russia romantica della “Melodia” tchaikovskiana.
E se una piccola parte di pubblico (impaziente nell’andare a cena) non stesse guadagnando le uscite, l’impressione è che Vengerov e la Osetinskaya sarebbero rimasti ancora li sul palco per offrirsi all’entusiasta folto pubblico nostrano. Cosa che il nostro Eroe violinistico puntualmente fa, come annunciato a inizio spettacolo, concedendosi agli ammiratori nel Foyer del teatro.
Ho avuto modo di scambiare qualche frase e foto con Lui e mi ha concesso una forte e calorosa stretta di mano, una mano potente e quasi “operaia” che evidentemente non ha paura nel donare nel contatto, quella umanità che ci ha elargito, magica e danzante, con il Suo straordinario (lo Stradivari- Kreutzer?) strumento.








