di Giorgio Pitzalis
Si è detto che c’era un tempo in cui l’esecuzione della Seconda Sinfonia in do minore per soli, coro e orchestra “Resurrezione” di Gustav Mahler, rappresentasse un vero e proprio avvenimento anche nella piazze più importanti e apprezzate del mondo musicale mondiale.
Per la Nostra Città e il Nostro Teatro Lirico di Cagliari lo è ancora ed “Evento” stasera lo è stata per davvero. Non solo per il coinvolgimento di ben 195 Artisti del Coro ed Orchestra, a cui aggiungere le due soliste Nicole Wacker e Teresa Iervolino e il direttore Pietari Inkinen, ma soprattutto per quello che questo straordinario viaggio dalla morte alla resurrezione ha lasciato nelle sensazioni, nella coscienza e nell’essere di ciascun ascoltatore.
Già l’avere soddisfatto praticamente tutte le richieste dell’Autore poteva quasi rappresentare una sfida vinta: c’era l’organo nel finale a rappresentare la “Voce Divina” (anche se lo avremmo gradito un poco più potente), c’era la banda fuori scena a significare il richiamo dall’ultraterreno (a cui perdoniamo anche qualche piccola incrinatura), c’era anche il “Rute” nell’ampia e nutrita compagine delle percussioni a guidare lo Scherzo (e anche le campane nel Finale che forse avremmo gradito un pizzico più brillanti e lucenti) ma soprattutto c’è stato il pieno impegno di tutti gli Attori nel seguire la guida sicura del Maestro Inkinen. Lui ha scelto la via interpretativa forse più usuale ai nostri tempi, quella della chiarezza, dell’omogeneità strutturale in ogni movimento senza andare alla ricerca di particolari momenti “calligrafici”, del segno distintivo e personale che pur esistono (e in abbondanza) nella partitura del Genio Boemo.
Quindi abbiamo dovuto rinunciare alle sottolineature estreme (e quindi anche a molti “ppp” nella dinamica e “ritenuto” nella agogica) a vantaggio, però, di un senso di flusso continuo, nel discorso musicale, che ci ha trascinato fino all’apoteosi conclusiva.
Quindi un primo movimento che del “Totenfeier” faceva più una meditazione tragica che una vera e propria tragedia umana (apprezzabili alcuni glissando che non sempre si odono dalla sezione degli archi), un “Andante” forse con senso più pastorale (quasi sereno nel Landler popolaresco) che una nostalgica e dolorosa ferita, uno “Scherzo” ben ritmato ma senza quella frenetica sensazione di caos che alcune direzioni tendono a dare sino a “l’urlo disperato” che conduce alla conclusione del movimento e apre la musica a l’Urlicht, a quella “luce primordiale” abbastanza ben cantata dalla Iervolino e abbastanza ben supportata dalla Direzione (senza però, a mio avviso, raggiungere quella sensazione di “anima che parla” che ho sentito talvolta su disco).
Nel Finale poi, le esplosioni sonore sono state sufficientemente eseguite, alternate ai vari momenti di sospensione orchestrale (ma mai di quella stasi che potrebbe essere , del cataclisma, il rovescio della medaglia) e il Coro, al suo ingresso, pur con un pianissimo non esagerato, fa il suo dovere.
In conclusione ottima resa dell’Orchestra (alcune imperfezioni come il doppio pizzicato finale dell’Andante non in perfetta sincronia, i pochissimi sbandamenti ritmici, un’ auspicabile maggiore presenza degli ottoni nel Finale e altre cose già segnalate non scalfiscono, per esempio tra le tante, la buonissima resa dei “legni” nel difficile Scherzo, la tenuta nella “marcia dei morti” del maestoso movimento conclusivo e, per mio conto, dell’umanissimo “Oboe” dell’Urlicht e soprattutto in gran parte smentiscono le mie preoccupazioni inziali prima del Concerto) e anche del Coro che, seduto all’inizio si solleva teatralmente, come prescrive l’Autore, per una maggiore presenza scenica e potenza vocale (ma ne avrebbe necessitato di maggiore anche per ovviare alle note difficoltà di acustica del nostro palcoscenico).
Entusiastici applausi ed acclamazioni al bravissimo Maestro Pietari Inkinen, alle due soliste , soprano Nicole Wacker e mezzosoprano Teresa Iervolino e a tutti i nostri Artisti del coro preparati dal maestro Giovanni Andreoli e professori d’orchestra.
p.s. sarebbe possibile, per quella che è stata definita come “l’Opera Lirica mai scritta da Mahler”, fornire la traduzione con i sopratitoli per permettere un immediato riscontro tra significato delle liriche e sua trasposizione musicale?
Giorgio Pitzalis è uno storico abbonato del Teatro Lirico di Cagliari. Grande appassionato e cultore della musica classica e lirica, musicologo e musicista per passione. Ingegnere per professione. Ha studiato musica e fatto parte di formazioni corali.
Stasera si replica alle ore 19







Tendo a concordare.
Nel complesso ho molto apprezzato la direzione del m.o Inkinen, che mi pare si sia concentrato più sul cercare di rendere il “senso” della sinfonia, rispettando l’Autore (la pausa relativamente lunga dopo il primo movimento la dice lunga), che nel cercare letture personali; anche il suono e il flusso musicale vanno in questo senso.
Tra le imperfezioni segnalate aggiungerei, nel primo movimento, qualche incertezza tonale dei corni oltre a un piccolo sbandamento dell’orchestra (subito recuperato), ma nulla di terribile. Anzi, a tratti la resa orchestrale è stata di livello davvero notevole, superandosi, pari a orchestre ben più blasonate.
Buonissima prestazione anche per il coro, intenso e preciso.
La Iervolino si è ben comportata nell’Urlicht pur se nell’insieme, concordo, non si è pienamente raggiunta la sensazione di “anima che parla” di alcune magnifiche interpretazioni che è possibile ascoltare (su tutte: Aafje Heynis, dir. Haitink, 1968). Ma va benissimo così.
Mi è piaciuta anche la Wacker, potente e dal bel timbro. Stante il livellomedio attuale dei cantanti, ad avercele sempre voci così.