di Enrico Aymerich
Lo storico abbonato del Teatro Lirico di Cagliari, esprime il proprio parere sull’opera Turandot in corso di rappresentazione . L’opera ha messo scompiglio fra il pubblico di tutte le età, soprattutto per la scelta registica di Rafael R. Villalobos.
(Turno C.)
“Vi dico subito che questa è stata una serata di grande sofferenza per me e non solo per aver assistito alla peggior produzione operistica della stagione. Ho anche già deciso di non rinnovare l’abbonamento alla lirica per la prossima stagione. Andiamo con ordine.
LA DIREZIONE: Ero molto curioso di ascoltare Gamba, la cui Turandot alla Scala nel 2024 aveva suscitato pareri contrastanti. Mi ha deluso profondamente. Innanzitutto perché per gran parte della serata l’orchestra ha coperto le voci (difetto gravissimo, per chi dirige l’opera) e poi per una lettura assolutamente monocorde. Il fascino di Turandot, per me, risiede nella straordinaria capacità di racchiudere le varie influenze musicali del proprio tempo. Gamba evidenzia solo le sonorità più aspre, dimenticandosi tutto il resto. Ed è come se ci disegnasse un arcobaleno di un solo colore. L’orchestra se la cava alla grande, ma non si può tollerare più di tanto un’esecuzione del genere; molto positivo il coro che offre la migliore prestazione stagionale.
I CANTANTI: Non mi dilungo su dettagli ed esempi. Mi limito a dire che la Mills (Turandot) ha mostrato una voce imponentissima, un’ ottima pronuncia (una straniera che si capisce cosa dice, miracolo!) e ha dimostrato un’adeguata credibilità scenica e interpretativa. Assieme al coro l’unica soddisfazione della serata.
Inadeguato Calaf, non certo aiutato da una direzione che spesso lo ha coperto (e quando si è trovato a cantare “Gli enigmi sono tre” si è trovato stritolato tra il suono dell’orchestra e la voce di Turandot: pessimo momento).
Dispiace dire che anche Liù mi ha deluso. E’ un ruolo che mi commuove sempre, ma il suo “Signore ascolta” è stato gelido e la sua interpretazione di “Tu che di gel sei cinta” (senz’altro adeguata) è all’opposto di come la percepisco io.
Le parti “secondarie” non memorabili.

LA REGIA. Ho cercato di liberarmi da pregiudizi e condizionamenti per giudicare autonomamente. L’ho trovata sconfortante.
I problemi sono quattro: intanto l’incoerenza tra il “manifesto” di Villalobos e la sua attuazione concreta. Poi il totale scollamento tra ciò che si vede e l’opera Turandot. I grandi capolavori sono quelli che parlano anche alle generazioni successive, dunque ben vengano le attualizzazioni. Ma ci deve essere un nesso tra ciò che si vede e lo spirito dell’opera. Qui anziché dire “ma guarda che bravo: prende quell’idea di Puccini e la trasforma così”, per tutta l’opera dici “Ma che c’entra con Turandot?”. Dunque già dal primo minuto si è costretti ad una dissociazione tra musica e scena.
Se il primo atto è visivamente accettabile, già dal secondo atto aumenta il fastidio per una serie di trovate di dubbio interesse. Che dire poi del finale? E’ il finale che dà la cifra di un narratore, e qui le scelte compiute fanno cascare le braccia (e forse qualcos’altro) anche allo spettatore più favorevole. A quel punto chiudi con la morte di Liù e fai miglior figura.
RIFLESSIONI: Il Teatro ha presentato questa produzione identificandola col lavoro registico (avete notate che nei video pubblicitari non è mai stato dedicato un solo secondo ai musicisti?). Ci ha messo la faccia e ha subito un fiasco che rimarrà nella storia del nostro Teatro. Mai si era vista una tale reazione di fastidio da parte di un pubblico notoriamente docile e ben disposto.
La domanda che mi pongo però è: questo tipo di rappresentazione può diventare un modello?
Questa è una Turandot senza Turandot, è come vedere un film su Netflix con l’audio dell’Opera nelle cuffie. E’ una Turandot che insegue la televisione, i videogiochi, i film, l’attualità nella componente più trash e superficiale. Esci da teatro e di Turandot non sai niente, non ti fa sognare, non ti dà spunti di riflessione, non ti fa collegare quest’opera ai tanti spunti culturali che potrebbe fornirti, non ti fa “volare alto” ma ti rincorre per farti pensare di meno.
E allora, se questo è il modello “pop” che ci vuole proporre il Teatro (a vedere il battage pubblicitario, sembrerebbe di sì), io scendo e dico: “Grazie, proseguite voi”. A questo punto, davvero, mi guardo Netflix e mi ascolto l’Opera nelle cuffie: spendo di meno e il direttore che scelgo certo non copre le voci!”
Per motivi personali non ho potuto assistere a questa produzione ma ho solo raccolto testimonianze di chi lo ha fatto. Se siete curiosi e volete in ogni modo capire cosa ha suscitato tanto polverone, andate a vedere una delle prossime repliche.
domenica 28 giugno alle 17 (turno D), martedì 30 giugno alle 20 (fuori abbonamento), mercoledì 1 luglio alle 20 (fuori abbonamento), giovedì 2 luglio alle 20 (fuori abbonamento).
Teatro Lirico di Cagliari






Lettera Aperta al Ministro della Cultura Alessandro Giuli e ai Direttori dei Teatri d’Italia.
Egregio Signor Ministro della Cultura, Alessandro Giuli, Pregreggi Direttori dei Teatri d’Italia, Ci rivolgiamo a Voi per dare voce a un profondo e non più tollerabile sconcerto che accomuna una fetta sempre più grande del pubblico della lirica e della prosa: lo scempio sistematico e lo stravolgimento delle opere dei grandi compositori. Siamo stanchi di assistere a capolavori immortali ridotti a rassegne di provocazioni fini a se stesse, dati in pasto a pseudo-registi e scenografi che, pur di assecondare il proprio ego o un presunto “modernismo” d’accatto, violentano il testo, lo spirito e l’ambientazione originale delle opere. Il risultato? Spettacoli abominevoli che calpestano la memoria dei geni del passato e dimostrano un totale menefreghismo nei confronti del pubblico, che viene regolarmente ignorato e offeso. Questo scempio continua a perpetuarsi per una ragione molto semplice: la totale mancanza di responsabilità economica da parte di chi sbaglia. Oggi, registi, scenografi e direttori artistici possono permettersi di ignorare il dissenso della platea perché protetti dal paracadute dei fondi pubblici. Per queste ragioni, chiediamo una svolta radicale che introduca il principio del **merito e della responsabilità**: **Eliminazione dei contributi statali a pioggia:** I teatri si devono mantenere con i propri fondi e con la sbigliettatura. Se un teatro è capace di attrarre il pubblico con produzioni di qualità, sopravvive; altrimenti, deve trarne le dovute conseguenze finanziarie. Responsabilità diretta di Direttori, Registi e Scenografi: La morale deve essere semplice: se fai un buon lavoro, raccogli i frutti; se fai un disastro, paghi le conseguenze. Non è più accettabile che i soldi dei contribuenti vengano usati per finanziare esperimenti inguardabili che svuotano le sale. La cultura italiana si è sempre fondata sul rispetto della bellezza e della tradizione. È tempo di dire basta alla logica del “tanto paga lo Stato”. Chi vuole stravolgere i classici lo faccia a proprie spese, non sulle spalle dei cittadini e a danno del nostro patrimonio artistico.
Claudio Giardino
Sottoscrivo in toto
Premetto che non ho assistito.Dopo circa 40 anni dietro le quinte qualcosa rimane.
Concordo pienamente quanto scritto e sono molto dispiaciuto nell’ impegno sia fisico/mentale che coinvolge soprattutto i tecnici che devono mettere in scena scelte a volte indiscutibili.