di Giorgio Pitzalis
Wow? No…WANG! Tale è stato il richiamo e il successo della ormai famosissima pianista cinese che dovremmo forse cambiare l’esclamazione, di sorpreso entusiasmo, che ormai ci accomuna anche nel linguaggio comunemente parlato.
Il Concerto, ormai di ieri sera, della nostra Stagione Sinfonica aveva tutti i crismi per esser (e lo è forse stato) un avvenimento “quasi” storico per la nostra platea.
Se una orchestra (anche se “da camera”) di questo livello non l’ascoltavamo forse dagli anni gloriosi (e per certi versi bui!) di tantissime stagioni fa, il pianismo dei vari Volodos, Levit e Pletnev poteva forse per alcuni (anche per me!) toccare e superare il cosmico livello di Yuja ma non, sicuramente, minimamente avvicinarsi al suo impatto mediatico e spettacolare.
Il Concerto ha avuto una sua prima parte interamente dedicata ad autori americani e nel popolare “Appalachian Spring” di Copland la direzione del conterraneo Teddy Abrams ha evidenziato le doti di assieme, equilibrio timbrico e trasparenza delle trame che hanno reso famosa la Mahler Chamber Orchestra.
Ma era con il Concerto per pianoforte di Barber e quindi con l’ingresso della Stella dello show che la serata ha preso il volo.
Il neo-romanticismo moderno, per cui all’epoca della sua stesura fu ampiamente criticato e che oggi invece ci appare come un “capolavoro” del suo periodo, è stato reso, in particolare dalla pianista, in tutte le sue sfumature di brillantezza, virtuosismo e liricità (nella “canzone” del secondo movimento) che mi fanno sempre più pensare a Barber (e non a Copland) come il maggiore esponente musicale del primo novecento americano (ovviamente lasciando in un posto tutto a parte l’enigmatico Ives e l’ibrido jazzistico di Gershwin).
Successo strepitoso alla fine dell’Allegro Molto Finale con la Yuja, in uno dei suoi soliti micro-abitini luccicanti celeste chiaro e tacchi chilometrici, che ci appare sorridente ma, forse, non del tutto soddisfatta.
Probabilmente in attesa della parete di 9° grado della seconda parte, quel secondo concerto di Prokofiev che sino a non moltissimi anni fa pochi pianisti, anche di fama mondiale e storica, hanno osato suonare.
Ma prima, dopo l’intervallo, l’ensemble di Ottoni dell’orchestra ci ha offerto un “quasi sorbetto” facendoci degustare più che la “Fanfare” da “La Peri” di Dukas, soprattutto le splendide “Mutations from Bach” di Barber (sempre Lui!).
Rientra la Grande Wang (ovviamente cambiandosi di abito in un sempre micro luccicante, ma nero) questa volta anche nella vesti di Direttore, data la natura stessa del Concerto (lo stesso Prokofiev affermò che il suo 2°, come per quelli di Chopin e a differenza del suo terzo concerto, la parte solistica era nettamente debordante rispetto a quella orchestrale) e già dalla prima frase del pianoforte avvertiamo di essere entrati in una dimensione diversa e superiore.
Tutto il merito è della nostra Superstar che fa del suo Steinway & Sons, letteralmente ciò che vuole sino alla maestosa, titanica, sovrumana cadenza del primo movimento che lascia me (e penso Tutti Noi) a bocca aperta.
E se nel proseguo dei due movimenti successivi, la Wang, non abbassa questo livello in cui precisione ritmica, agilità virtuosistica, ironia e brillantezza la fanno da padrone, aspettavo l’Allegro Tempestoso finale per verificarne anche la doti di potenza sonora e capacità drammatiche (ricordo che fu scritto da un Sergeij sotto choc per l’improvvisa notizia del suicidio di un suo carissimo amico comunicatagli, dallo stesso, mediante una cartolina postale, ovviamente arrivata a “fattaccio” ormai già avvenuto!).
Ci sono state? Certamente si e in questo penso che si distingua da altre precedenti Superstar Cinesi (vedi Lang Lang) per un uso non solo delle dita d’acciaio e di un polso di ferro ma anche, mi è parso, occasionalmente dell’intero peso dell’avambraccio (ma su questo chiedo aiuto ai tecnici pianisti presenti infinitamente più competenti di me!).
Finale travolgente, entusiasmante che, forse, per rendere l’intera performance quasi “definitiva” avrebbe avuto bisogno di una vera e propria collaborazione di altrettanto genio in direzione e in orchestra (faccio un esempio : non mi è parso che la parte iniziale dell’Intermezzo sia stata resa, dalla pur pregevole Mahler Chamber Orchestra e dalla sua “Direttrice”, in quel modo possente e minaccioso, anzi direi quasi brutale, che mi ha sempre fatto pensare al successivo e famosissimo “ballo nella casa dei Capuleti” del Romeo e Giulietta).
Successo clamoroso, infinite chiamate con acclamazioni e grida di entusiasmo da parte del foltissimo pubblico (per la gioia del nostro Sovrintendente, in buona parte, giovane e soprattutto neofita testimoniato dalle diverse occasioni di applausi tra i vari movimenti, subito “zittite” dai soliti tradizionali e obsoleti storici spettatori) e ben due bis con pezzi orchestrali di sapore jazzistico anni ’30 di cui ignoro la provenienza e di cui avrei anche fatto volentieri a meno (a patto però di scambiarli con un solo bis solistico!).
p.s. mi sono anche chiesto di che materiale indistruttibile debbano essere le scarpe e soprattutto gli alti tacchi della Wang, costretti da un durissimo lavoro di perno e pressione su una pedaliera pianistica posizionata a circa 10 cm dal suo usuale livello.

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