La bottegaia del mio quartiere

Ieri, mentre facevo la fila al banco dei salumi, in una delle tante Città Mercato, mi sono letteralmente incantata e nella mia mente è cominciato un flash back  della mia infanzia.

La moderna bilancia digitale mi ha riportato indietro nel tempo ricordandomi quella della bottegaia sotto casa mia.

Era una vecchietta (così pensavamo noi bambini , ma forse non arrivava a 50 anni), magrolina, con un fazzoletto in testa. Veniva da un paese dell’interno della Sardegna ed era molto  susunca  (avara).

Prima della lezione di nuoto, ci recavamo nella sua bottega sotto casa, per farci fare il panino da 150 lire. Il dilemma era sempre:  – “Quanta mortadella ci metterà dentro?”

Noi ragazzini la fissavamo con aria minacciosa e lei incurante ci diceva che una fettina poteva bastare ed avanzare.

Aveva le mani con unghie lunghe nieddasa cummenti sa pixi (nere come la pece) e con quelle mani toccava soldi, mortadella, formaggio e tutto il resto. Però dopo, se le puliva sul grembiule, anch’esso di un colore indefinito  a fragu malu (odoraccio).

Il pane, era si  di giornata ma era anche  talmente gommoso che faticavamo a strapparlo con i denti perchè tornava indietro. Forse lo acquistava in un posto dove lo pagava meno per via della farina scadente.

Ricordo quel banco sotto il vetro, prenu de musca (pieno di mosche), gli alimenti non erano certo protetti dal cellofane. Noi ci lamentavamo ma lei diceva che quelle erano moschine sane perchè nascevano e si alimentavano col formaggio. 

La sua bilancia aveva l’ago già avanti di mezzo etto e quando faceva il conto, naturalmente a mano su una busta di pane, sbagliava sempre in suo favore  e dico sempre, calcolando una media di 1 a 2.

Ricordo un armadio fatto di tanti cassetti trasparenti dove dentro ad ognuno di essi c’era un tipo di pasta diverso e spesso con delle farfalline.

Allora non esistevano date di scadenza e la pasta sfusa,  si eliminava solo quando si raggiungeva quel livello di fauna.

Per fortuna esisteva già la pasta Barilla confezionata che costava di più. I miei genitori non guardavano certo quella piccola differenza di prezzo e preferivano acquistare sempre le confezioni.

La nostra domestica l’aveva soprannominata “Sa Zia” perchè era zitella anche molto acida e noi bambini di rimando, la chiamavamo italianizzando l’epiteto, “la zia”,  anche se non era zia di nessuno. 

Non aveva mai monete di resto  e spesso integrava con caramelle di “frutta” ovvero palline piene di coloranti dal sapore schifoso.

 Purtroppo non potevamo scegliere di meglio perchè non esistevano supermercati e l’unico era il grande mercato di San Benedetto ma troppo lontano per la spesa quotidiana.

 

Devo dire che quella bottega non mi manca, forse perchè per carattere amo il progresso (quando naturalmente c’è il rispetto della natura) e con l’avvio dei Supermercati c’è  un’attenzione maggiore verso l’igiene alimentare.

Mi riporta alla realtà la voce della commessa che chiama il mio numero e felice di non trovarmi nella bottega della piazzetta sotto casa, ordino fiera due etti di prosciutto cotto senza conservanti, perchè oggi si può scegliere.

0 commenti

  1. Bravissima Alessandra! Con la descrizione di sa zia hai centrato l obiettivo:mi sono rivisto davanti al bidello del Pacinotti, del genere “caddozzu” ,che vendeva panini alla mortadella a 50 lire (ho qualche anno più di te). Complimenti, ogni tanto vengo a trovare il tuo blog XD

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