Avevo poco meno di dieci anni quando, per motivi di salute, i miei genitori decisero di passare le vacanze estive in un paesino di montagna nel centro Sardegna. Aria pura, noccioleti sterminati, passeggiate tra valli e fonti nei dintorni, ma nel paese la noia mortale. Non c’era assolutamente nulla. Un paesino di poche anime dove l’unica attrazione era il banditore che arrivava la mattina presto con la sua “apiscedda” carica di tante cose, utili ed inutili. Svegliava i paesani urlando nel suo megafono ed elencando la merce del giorno: “muranda po omini e femminasa po pitticusu e mannusu, fardettasa, crazzonisi e d’ognia cosa bona de pappai (mutande per uomini e donne, gonne e calzoni per grandi e piccoli e tanti dolci)” . La gente usciva di casa e faceva capannello intorno a lui, guardava e ascoltava cioè che proponeva giornalmente, anche se poi erano sempre le stesse cose . Ma era pur sempre un forestiero che portava anche qualche notizia dai paesi vicini. E poi era convincente nel proporre la sua merce.

Il regista Antonio Petris ha immaginato la sua regia per l’Elisir d’amore (in preparazione al teatro Lirico di Cagliari per una piccola tournée in Sardegna),  in un paesino di questo tipo,  ambientato nell’immediato dopoguerra, dove i soldati americani, forti della loro divisa, conquistavano le ragazze annoiate del luogo.

La scena si svolge all’interno della piccola piazza, in occasione della festa patronale dove ci sono tante novità oltre agli incontri amorosi  più o meno ricambiati,  la radio che trasmette le ultime notizie sulla fine del conflitto mondiale, l’arrivo di strani personaggi in stile felliniano pronti a vendere un  Elisir capace di fare miracoli.

Ma ascoltiamo direttamente dalla voce del regista come è nata quest’idea.


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