recensione di Ghisi Grutter

Il famoso Singspiel di Wolfgang Amadeus Mozart viene rappresentato in questi giorni al Teatro Costanzi di Roma.

Il ricavato della vendita dei biglietti della prova generale del 12 gennaio è stato interamente devoluto ai progetti dei Medici senza Frontiere. Mi pare fosse stato Leonard Bernstein il primo ad aprire al pubblico le prove generali.

Un regista giovane (Damiano Michieletto del 1975), un direttore d’orchestra giovanissimo (Michele Spotti nato nel 1993) portano in scena una fiaba, allegra e giocosa, molto diversa dall’interpretazione minimalista e intensa di Bergman nel suo film del 1975. Nel 2006 anche Kenneth Branagh ne propose un film: l’antico Egitto immaginario musicato da Mozart era divento una trincea del ventesimo secolo, dove la luce (Sarastro) fronteggiava le tenebre (la Regina della notte) e Tamino era stato declassato da principe a soldato. Non ottenne particolare successo né buone critiche. Personalmente non amo troppo le “attualizzazioni” o trasposizioni delle opere in contesti e secoli diversi, non tanto per conservatorismo tout court, ma perché spesso, fuori contesto, certi avvenimenti perdono di senso e in fondo è un po’ così anche per la versione ideata per la Fenice di Venezia del 2015 di Michieletto, riproposta oggi a Roma.

Molto è stato scritto sulla simbologia del “Flauto magico”: oltre all’elemento magico e meraviglioso si sono infiltrate aspirazioni umanitarie e filantropiche improntate al filosofismo misticheggiante con cui si presentava la massoneria ai suoi inizi.

Die Zauberflöte si costruisce su ventuno numeri musicali di cui otto nel primo atto, intervallati da scene dialogate e precedute da una splendida ouverture. L’orchestra sottolinea i livelli opposti in gioco: reale e immaginario, conscio e inconscio. Alcuni strumenti diventano i protagonisti della scena: oltre ovviamente al Flauto, il Glockenspiel di Papageno, i clarinetti e le trombe.

In questa rappresentazione romana Tamino è interpretato dal tenore Juan Francisco Gatell, già protagonista nella messa in scena di questo “Flauto magicoal Maggio Musicale Fiorentino nel 2017. Accanto a lui Emőke Baráth è Pamina. La Regina della Notte (la parte sicuramente più difficile) è invece il soprano Aleksandra Olczyk. Nei rispettivi ruoli di Papageno e Papagena sono il baritono Markus Werba e il soprano Mariam Suleiman. Il sacerdote Sarastro è il basso John Relyea, che torna al Costanzi dopo aver interpretato Mefistofele nel titolo inaugurale della Stagione 23/24. Il tenore Marcello Nardis è invece Monostato. La scenografia è di Paolo Fantin e i costumi di Carla Teti e il light designer Alessandro Carletti.

Così afferma il regista Damiano Michieletto: «Con la Rivoluzione francese si è affermata una nuova concezione della scuola, che deve essere laica, così ho immaginato di raccontare questa allegoria favolosa e surreale all’interno di una scuola che si apre a un viaggio fisico di scoperta e consapevolezza individuale. Tamino e Pamina, accompagnati dall’analfabeta Papageno, che però conosce il linguaggio non scritto degli

animali, vivono il conflitto tra l’istruzione religiosa e laica (riassunto nel conflitto tra la Regina della Notte e Sarastro) e si aprono ad una scoperta individuale degli affetti e della sessualità, della maturità come indipendenza dai padri». Tamino e Pamina vengono dunque iniziati all’età adulta.

Mozart era un bambino prodigio nato e cresciuto a Salisburgo nel 1756 e in questa veste era stato portato a suonare nelle grandi città e nazioni: a Parigi, a Londra, a Milano, a Mannheim. Subì gli influssi delle diverse musiche dell’epoca che alla fine fece proprie. Man mano, dopo la morte della madre e l’innamoramento non corrisposto di Aloysia Weber, acquisì una maturità anche orchestrale. Nel 1781 Mozart si svincolò dalla servitù all’arcivescovo salisburghese e andò a stabilirsi a Vienna dove sposò la sorella di Aloysia, Costanze (cugina del compositore Carl Maria von Weber). All’inizio fu ben accettato nell’ambiente e compose in lingua tedesca il “Ratto del Serraglio” in forma di Singspiel, poi, una segreta malinconia lo allontanò sia dal genere convenzionale dell’opera all’italiana, sia dall’allegria napoletana dell’opera buffa. L’incontro con il librettista Lorenzo Da Ponte lo portò lontano dalla scena tedesca, e costruì personaggi sensuali come, ad esempio, Cherubino nelle “Nozze di Figaro” (1786).

Invidie, intrighi e rivalità resero difficili gli ultimi anni della vita di Mozart. Il “Don Giovanni” del 1787 fu l’opera che meglio rappresenta quel periodo (compresa la morte del padre). Sempre più impelagato in problemi di soldi e debiti, dopo un paio di opere, Mozart riattinse al gusto popolare viennese in fatto di teatro e scrisse un altro Singspiel considerato oggi un grande capolavoro: “Il Flauto magico” nello stesso anno della sua morte prematura.

Così scrive Massimo Mila, autorevole storico della musica: «Il libretto del “Flauto magico” (1791) preparatogli da quel singolare tipo di capocomico e direttore teatrale che fu Emanuel Schikaneder, benché tratto da una raccolta di fiabe letterariamente elaborate dal Wieland, si inseriva nel gusto del teatro meraviglioso, che, derivato dal barocco teatro di macchine coltivato a scopo edificante dai gesuiti nel Settecento, incantava ora, fatto di sacro profano, il pubblico popolare che affollava i teatri dei sobborghi viennesi».

Ghisi Grutter

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