La profetica poesia di Rodari: il ladro di erre e il ponte crollato fatto col “cemento amato”
Lavorava a Paese Sera come giornalista Gianni Rodari, nato nel 1920 e prematuramente scomparso nel 1980, quando scrisse questa poesia che oggi si rivela profetica: “Il ladro di erre”. Era il 1962 e il Ponte Morandi sarebbe stato inaugurato solo 5 anni dopo. Lo scrittore, pedagogista, poeta e, appunto, giornalista specializzato in letteratura per l’infanzia unico vincitore italiano del prestigioso Premio Hans Christian Andersen (nel 1970) è considerato uno fra i maggiori interpreti del tema “fantastico” nonché, grazie alla “Grammatica della fantasia” del 1973, sua opera principale, uno fra i principali teorici dell’arte di inventare storie. Uno dei pezzi della sua fantasia, riletto oggi, suona sinistramente premonitore. Para di un ponte, del cemento non aRmato, ma amato. “Deboluccio”, che fa l’arcata “troppo floscia”. E punta il dito contro i responsabili, ai quali tintinnano in tasca le erre rubate. Tutto 56 anni prima del disastro.
Ladro di “erre”
C’è, chi dà la colpa
alle piene di primavera,
al peso di un grassone
che viaggiava in autocorriera:
io non mi meraviglio
che il ponte sia crollato,
perché l’avevano fatto
di cemento “amato”.
Invece doveva essere
“armato”, s’intende,
ma la erre c’è sempre
qualcuno che se la prende.
Il cemento senza erre
(oppure con l’erre moscia)
fa il pilone deboluccio
e l’arcata troppo floscia.
In conclusione, il ponte
è colato a picco,
e il ladro di “erre”
è diventato ricco:
passeggia per la città,
va al mare d’estate,
e in tasca gli tintinnano
le “erre” rubate.
Gianni Rodari – (1962)
FONTE: GENOVA QUOTIDIANA