Il mio primo ricordo di Gianluca Floris

Gianluca non c’è più, lui era uno dei mie allievi più stimati ma anche amico fraterno con cui si stava a parlare per ore di tutto. Posso dire di essere stata l’unica ad aver visto   nascere e svilupparsi in breve tempo il suo percorso artistico .

Un giorno, un amico comune, Beppe Muscas allenatore di Basket , ma grande appassionato di lirica, mi disse di volermi far sentire una voce interessante. Mi incuriosisco sempre quando mi propongono voci nuove “straordinarie” anche se poi in diverse occasioni ho  avuto qualche delusione.

Mi colpì subito il giovane Gianluca Floris di 23 anni dal fisico imponente e piglio deciso senza timidezza, che alle mie domande di come avesse deciso di cantare mi rispose di averlo sempre fatto con la musica leggera. Un’amica però, ascoltandolo, gli suggerì di studiare canto lirico perchè secondo lei aveva delle qualità.

Mi sedetti al pianoforte e gli feci fare subito un vocalizzo. Appena aprì bocca non riuscii a sollevare lo sguardo dalla tastiera perchè mi resi subito conto che avevo davanti un fenomeno. Sentii un fiume di voce dal timbro bellissimo , luminoso come ero abituata a sentire in palcoscenico solo dai grandi artisti che venivano a Cagliari : Kraus, Martinucci, Cecchele e tanti altri, con la differenza che lui non era un professionista e non aveva mai cantato la lirica.  Lo portai verso il registro acuto e sentii che la voce ,  “girava” verso il cambio di registro in maniera quasi spontanea. Poi gli feci cantare qualche frase de  “La donna è mobile”. Senza nessuna tecnica mi tenne l’acuto finale con una naturalezza incredibile . Trattenni a stento una lacrimuccia di emozione e gli dissi  che non c’era tempo da perdere. La voce andava subito messa nei binari , che avrebbe dovuto imparare a respirare correttamente e doveva studiare la musica.  Dopo circa 8 mesi di studio intenso decisi di farlo debuttare in un concerto. Volevo che affrontasse subito il pubblico per capire come avrebbe reagito dal punto di vista emozionale, alle audizioni.

Di seguito il video di quella esibizione.

Poi tutto andò velocemente. Lo feci ascoltare al direttore del Conservatorio, ad alcuni direttori d’orchestra e poi decisi di farlo partecipare al Concorso “Pavarotti” , all’epoca il più importante, che si articolava in diverse fasi. Con lui anche altri miei allievi superarono le selezioni ed arrivarono alla finale europea. Tutti insieme ci recammo a Pesaro dove da lì sarebbe stato selezionato  per la finale mondiale a Filadelfia. In platea il grande Luciano Pavarotti, sua moglie Adua e qualche segretaria. Io, al loro fianco, volevo sentire anche solo una parola per capire se avesse avuto qualche possibilità. E quella possibilità si presentò.

Dopo qualche settimana arrivò la comunicazione che Gianluca era in finale. Partì per Filadelfia con la sua pianista Cristina Secchi. In quel teatro era uno dei pochi eletti selezionati tra migliaia in tutto il mondo. Quando la moglie Adua lo sentì disse che gli ricordava tanto il suo Luciano da ragazzo, e lo volle nella sua agenzia.

Da lì a breve la sua carriera prese il volo.   Poi fece una scelta che inizialmente non condivisi. Lui era uno spirito libero e amava fare tante altre cose: lo scrittore, il regista, il giornalista, lo spiker radiofonico ecc. Fare il tenore protagonista comportava troppe rinunce ai suoi tanti e legittimi obiettivi artistici. Optò per i ruoli di carattere; e lo ha fatto, come suol dirsi, di “lusso”. Ha girato il mondo, i grandi teatri (tra cui il Teatro alla Scala), nel cast con cantanti, registi e direttori d’orchestra tra i più famosi . Ad ogni tappa c’era la telefonata che mi informava di tutto. L’emozione più grande è stata ovviamente quando ottenne dei ruoli nelle stagioni estive cagliaritane, dove cantavamo fianco a fianco sullo stesso palcoscenico.

Se n’è andato un pezzo di me, della mia vita professionale. Quando seppe della mia malattia mi incoraggiò a non mollare ma poco dopo toccò a lui , nella forma peggiore e non me lo volle dire. L’ultimo messaggio, circa 20 giorni fa si chiudeva con un “Ti voglio bene” e lì ho capito che era davvero l’ultimo.

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